Intervista con Monica Calamai, direttore generale dei Diritti di Cittadinanza e Coesione Sociale della Regione Toscana

La Rete oncologica toscana, l’assistenza ai cittadini e l’estensione dei programmi di screening oncologici sono legati da un comune denominatore: un segno positivo (+) che risponde, per le tre mission, a concetti come integrazione, miglioramento e potenziamento rispettivamente. Spiega il senso di questi ulteriori passi in avanti per la sanità toscana Monica Calamai, direttore generale dei Diritti di Cittadinanza e Coesione Sociale della Regione Toscana.

 

La Rete oncologica toscana è un riferimento nazionale: come pensate di integrarla meglio all’interno del sistema sanitario regionale?

 

Nella seduta del 6 marzo 2018 è stato approvato l’accordo in sede di Conferenza Stato regioni sul documento contenente “Linee guida organizzative e raccomandazioni per le reti oncologiche regionali che integra l’attività ospedaliera per acuti e post acuti con l’attività territoriale”. La  Rete oncologica viene definita come “un modello organizzativo che assicura la presa in carico del paziente mettendo in relazione, con modalità formalizzate e coordinate, professionisti, strutture e servizi che erogano interventi sanitari e sociosanitari di tipologia e livelli diversi nel rispetto della continuità assistenziale e dell’appropriatezza clinica e organizzativa. La rete individua i nodi e le relative connessioni definendone le regole di funzionamento, il sistema di monitoraggio, i requisiti di qualità e sicurezza dei processi e dei percorsi di cura, di qualificazione dei professionisti e le modalità di coinvolgimento dei cittadini”. Il modello organizzativo proposto a livello nazionale è pertanto in linea con la rete oncologica regionale toscana, che in certo qual modo può essere considerata antesignana rispetto all’evoluzione delle risposte rivolte a pazienti oncologici. Lo step ulteriore di potenziamento della rete oncologica al quale stiamo lavorando è rivolto alla costituzione di reti oncologiche per patologia, all’interno della rete oncologica regionale. Questo consentirà un ulteriore sviluppo della rete oncologica complessiva della Toscana mediante la previsione, per le patologie a maggiore complessità organizzativa e per le quali le evidenze scientifiche mostrano un rapporto favorevole volume/esiti, di sub-reti cliniche in modo da assicurare le collaborazioni necessarie ad assicurare la maggiore fruibilità delle competenze presenti a tutti i pazienti oncologici che si rivolgono alle strutture regionali, attivando percorsi che abbiano alla base specifiche sinergie interaziendali.

 

La riorganizzazione del sistema sanitario toscano come implementa e migliora l’assistenza ai cittadini?

 

Il sistema sanitario della Regione Toscana da molti anni è ritenuto una delle realtà di spicco nel panorama nazionale, come dimostrano i risultati raggiunti in termini di qualità delle risposte assistenziali e di corretto utilizzo delle risorse. Questo è stato reso possibile grazie ad una consolidata propensione all’innovazione che ha consentito di precorrere e anticipare, in molti ambiti di intervento, scelte che hanno poi trovato seguito in altri contesti analoghi. La situazione esistente in Toscana fa sì che esistano le condizioni per poter perseguire con ulteriori scelte sfidanti la ricerca della migliore architettura organizzativa in grado di consentire nel prossimo futuro la maggiore sostenibilità possibile del sistema pubblico. Le stesse recenti disposizioni introdotte nell’aprile 2015 dal decreto ministeriale 70 in tema di standard ospedalieri impongono che la nuova pianificazione regionale rilanci ulteriori interventi di sistema derivanti dall’obbligo di attuare le nuove disposizioni normative. Questa riforma consentirà ai professionisti di operare in modo più efficace e, soprattutto, offrirà una migliore assistenza per tutti gli utilizzatori del nostro sistema sanitario massimizzando e sfruttando i punti di forza di tutti i servizi consentendo di fornire un’assistenza sicura e di alta qualità. Il nuovo modello è stato pensato per essere in grado di: offrire migliori outcomes per i pazienti, garantire una maggiore omogeneità nell’applicazione degli standard di cura, assicurare migliore accessibilità per l’intero spettro dell’offerta, ridurre la frammentazione nell’erogazione dei servizi, massimizzare l’efficienza in un quadro governato di cooperazione tra aziende sanitarie territoriali e aziende ospedaliero universitarie e tra aree vaste, rendere possibile l’introduzione ottimale delle nuove tecnologie, favorire lo sviluppo di competenze secondo le differenti tipologie di specializzazione richieste, creare collegamenti più efficaci con le cure primarie e con i fornitori di assistenza sociale.

 

Qual è, infine, il vostro progetto di implementazione degli screening in Regione Toscana?

 

L’indicatore dei livelli essenziali di assistenza per l’anno 2016 si conferma stabile rispetto al biennio 2014-2015 con un valore di 13 su un massimo punteggio di 15. Non c’è dubbio che questo sia un risultato positivo che mostra però ancora margini di miglioramento come del resto prevede lo stesso “Piano Regionale di Prevenzione 2014-2018” che si prefigge l’obiettivo di aumentare il livello di estensione dei programmi di screening oncologici. I due indicatori sono: la copertura della popolazione bersaglio (estensione degli inviti) e la partecipazione allo screening (adesione all’invito). I dati si riferiscono all’attività svolta dai programmi di screening mammografico, cervicale e colorettale nell’anno 2016, relativi alle persone invitate nel 2016 e che hanno effettuato il test di screening entro il 30 aprile 2017. Per quanto lo screening mammografico, con una popolazione bersaglio di 265.960 donne, l’estensione regionale è risultata pari al 95,7% in aumento di 2 punti percentuali rispetto all’anno precedente. L’adesione è invece pari al 72,9% lievemente in calo rispetto all’anno precedente (74,2%). Tutti i programmi aziendali superano però abbondantemente lo standard giudicato accettabile (50%) del Gruppo italiano per lo screening mammografico (GISMa). Dal 2017 la Regione Toscana  offre uno screening più esteso che amplia di dieci anni la fascia di età di offerta in modo ad ottenere una diagnosi più precoce in una popolazione più numerosa. Si è cioè passati dalla finestra 50-69 a quella 45-74 come indicano studi recenti e le stesse indicazioni ministeriali in considerazione del fatto che lo screening determina una riduzione di mortalità del 20-30% nelle donne sopra i 50 anni, e del 10-15% nelle donne di età inferiore ai 50. La Regione Toscana ha raccolto queste indicazioni, riorganizzando l’intero programma di screening per il tumore alla mammella, e investendo sul progetto la cifra di 1.600.000 nel triennio 2016-2018 con una completa messa a regime nell’arco di 5 anni. L’atto di approvazione prevede anche progetti innovativi personalizzati sulle 45enni e studi pilota sulle nuove tecnologie, in particolare la tomosintesi (una tecnologia all’avanguardia, in pratica una mammografia tridimensionale ad alta definizione). Per i tumori della cervice è in corso in Toscana, come nel resto d’Italia, l’introduzione del test Hpv primario. In funzione di questo cambiamento è stato modificato il relativo criterio di calcolo dell’indicatore dei livelli essenziali di assistenza di copertura. In Toscana le donne sopra i 34 anni di età hanno diritto al test Hpv ogni 5 anni.  Al di sotto di tale età continua l’invito al Pap test ogni 3 anni. Nel 2016 sono state invitate 313.510 donne di età fra 25-64 anni. Date le precedenti considerazioni non sono possibili al momento considerazioni attendibili sull’estensione che comunque applicando il criterio di sovrastima e di sottostima raggiunge il 104% e il 92,2%. L’obiettivo per il 2018 è rivolto ad adeguare la politica del programma al fine di accogliere con adeguati protocolli le prime coorti di donne vaccinate a 12 anni contro i virus Hpv 16-18 che saranno invitate nel 2021.